
Into the Color World - Ye Xiaozhou
中国青年艺术家叶小洲个人展览于6月25日在意大利米兰MAS博物馆(Museo Arte e Scienza)开幕。本次展览呈现了艺术家近年来创作的绘画、摄影、装置、影像及跨媒介作品。叶小洲长期关注社会现实、人类与自然的关系、技术发展以及个体在当代社会中的生存状态,通过多元媒介语言构建开放而富有思考性的艺术表达。
展览汇集了艺术家自2020年以来的重要创作成果。在这些作品中,现实经验、数字技术与个人感知相互交织,形成兼具批判意识与诗性表达的视觉叙事。艺术家试图通过艺术实践重新审视人与世界之间的关系,并邀请观众在观看过程中思考身份、环境、消费文化以及未来社会的发展议题。
作为伦巴第大区重要的文化艺术机构之一,米兰MAS博物馆此次特别推出叶小洲个展,在呈现其近年来持续发展的艺术研究的同时也为中意当代艺术交流提供了新的对话平台。展览开幕由米兰MAS博物馆馆长彼得·马塔斯(Peter Matthaes)和A60国际艺术总监埃玛努埃尔·戈莱格林(Emanuele Gregolin)主持。
当代艺术真正困难的地方,从来不在于寻找一种新的媒介,而是在于如何重新建立人与世界之间新的关系。
今天,我们生活在一个充满信息、图像和算法的时代,艺术似乎已经拥有无限的表达工具。然而,真正能够打动人的作品,往往不是因为技术的复杂,而是因为艺术家能够重新提出问题。叶小洲正是这样一位不断向现实发问的艺术家。
两个月前,我的佛罗伦萨美术学院导师马西莫·奥尔西尼(Massimo Orsini)联系到我,他向我介绍了一位具有独特艺术创作表达语言与视角的艺术家——叶小洲。奥尔西尼教授和我在邮件中字句流露着对这位学生的赞扬和肯定,并嘱托我可以考虑为他举办一次个人展览在重要的展览空间。那时我们刚刚结束了意大利艺术家埃曼努埃拉·德·弗朗切斯基(Emanuela de Franceschi)在米兰MAS博物馆的个展“非洲印象”(Segni d’Africa),在与米兰MAS博物馆馆长彼得·马塔斯(Peter Matthaes)沟通后,他认为这是一次很好的机会,对于传统东亚艺术的收藏和研究一直是米兰MAS博物馆的方向,由此契机,我们在今天得以看到这个展览的落地。

展览“色彩之境”米兰MAS博物馆现场
Immagine dell'inaugurazione della mostra presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano
本次展览中策展人埃玛努埃尔·戈莱格林(Emanuele Gregolin)侧重于艺术家在创作过程中的持续性艺术表达,因此展览中汇集了叶小洲自2020年以来持续创作的绘画、行为、录像、摄影、装置以及参与式作品。这不是一次按照媒介分类的展示,而更像是一部关于艺术家思考轨迹的“开放档案”。这些作品看似彼此差异巨大,却共同构成了一个完整的方法论:艺术不只是被观看,而是一种持续发生的社会关系。
第一次系统观看叶小洲近几年的作品,我想到的不是某一位艺术家,而是一个词——行动(Action)。如果说二十世纪六七十年代的行为艺术强调身体作为反抗社会秩序的媒介,那么叶小洲的行为更接近一种公共讨论的生成机制。他的作品不是完成一个单一的动作,而是在创造一种新的交流环境,这种环境建立在我们所处的社会语境中。
其中作品《Domino》便是最典型的例子,叶小洲以基础性创作材料:被烧焦的地图、多米诺骨牌和打火机,表达在世界动荡状态下的局势变化。他以燃烧这一简单的形式,暗示世界局势中的不确定性,如同今天米兰普拉达基金会(Fondazione Prada)正在展出的巴勒斯坦艺术家莫娜·哈图姆(Mona Hatoum)的展览“上、中、下”(Over, under and in between)所描绘的世界格局一般。在叶小洲的作品中燃烧的不只是多米诺骨牌,而是世界地图上的秩序本身。多米诺游戏原本意味着连锁反应,而地图意味着政治边界。当火焰开始蔓延时,我们看到的不只是材料燃烧,而是一种全球秩序在视觉上的隐喻。作品没有给出答案,它只是提醒我们:战争、经济、政治以及人类命运,本身就是一个不断相互影响的巨大系统。展览中保留下来的燃烧残骸——烧毁的骨牌、地图以及打火机——使行为的瞬间成为持续存在的证据,让观众面对的不只是影像,而是一段真实发生过的历史痕迹。

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Immagine dell'inaugurazione della mostra presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano
作品《Eat Wars》则更加直接地阐述身体与行为感知对于“战争”的回音,叶小洲将不同语言的“战争”这个词不断咀嚼、吞咽,直到语言本身失去意义。战争在媒体时代已经成为一种被无限复制的信息,人们每天阅读、观看、讨论,却逐渐失去了真实感。叶小洲没有制造暴力图像,而是让”战争"重新回到身体之中。语言变成食物,信息变成消化过程,最终观众意识到,我们每天所消费的不只是新闻,而是整个时代制造出的情绪。
这种对于语言和身体关系的思考,同样延续到了作品《TAG》中。标签,已经成为今天数字社会最重要的身份机制。互联网不断给予我们新的身份标签,而现实社会同样如此。叶小洲邀请公众参与,将标签贴在彼此身上,这种简单的行为迅速暴露出一个问题:究竟是谁定义了我们?身份究竟来自自我,还是来自他人的命名?作品并没有制造戏剧性的冲突,而是在极其普通的互动中揭示了现代社会最普遍的权力关系。
我认为,这正是叶小洲艺术最有价值的地方。他的作品从来不是为了制造视觉奇观,他更关心的是机制:游戏机制、社会机制、传播机制、观看机制,甚至艺术本身的机制。这一点,在《Into the Color World》和《C.C.S.(Contemporary Culture Society)》中体现得尤为明显。

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Immagine dell'inaugurazione della mostra presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano
近年来,越来越多艺术家开始讨论参与式艺术,但真正能够将参与变成作品核心结构的人并不多。很多所谓互动艺术,本质上仍然只是观众完成艺术家预设的体验,然而叶小洲的游戏作品却不同。《Into the Color World》允许观众不断修改作品本身,作品没有最终状态。它拒绝成为博物馆中被永久保存的对象,而更像一个持续变化的生命体。观众的每一次参与,都意味着作品历史的一部分被重新书写。这种开放性,使艺术从一个完成品转变为一种公共事件。
我认为本次展览中最为复杂的作品时《C.C.S.》,在展览初期叶小洲向我们介绍了这件作品的规则,对于桌游不太敏感的我这件作品有着其自身的运行机制的模拟系统。艺术家、收藏家、美术馆、评论家、社会事件…… 这些原本存在于现实艺术世界中的角色,被重新转换成游戏规则。玩家并不是学习艺术史,而是在游戏过程中体验艺术世界如何运作。这是十分有趣的一种策略,因为游戏天然具有教育功能。同时,它又避免了教育的说教。艺术在这里成为一种知识生产方式,而不是知识展示。这也是我认为叶小洲近年来的创作中最重要的突破,他开始将”艺术作为系统"进行思考。
如果说前几件作品关注社会,那么《Pendolo——Domande e Risposte》、《Il Culto della Natura》则开始进入更加精神性的层面。钟摆系列让我想到一种古老的占卜仪式,艺术家让钟摆自由摆动,在纸面留下无法预测的轨迹。这里不存在控制,也不存在绝对理性。作品讨论的是一种今天已经逐渐消失的问题:人在面对未知时,还是否愿意接受偶然?与此同时,这件作品也让我回忆起在佛罗伦萨美术学院学习的过程中与马西莫·奥尔西尼(Massimo Orsini)所做的冥想性艺术训练。
《Il Culto della Natura》同样,叶小洲身穿近似宗教服饰,与植物建立一种近乎祭祀般的关系。这并不是回归宗教。而是在生态危机不断加剧的今天,重新讨论自然是否已经成为新的精神对象。现代文明不断强调征服自然,而叶小洲却选择向自然跪下。这是一个极其简单,却极其有力量的动作。

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Immagine dell'inaugurazione della mostra presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano
事实上,当我们回顾整场展览,会发现一个十分明显的发展轨迹。2020年前后的作品更多关注疫情、战争、社会秩序等公共议题。2022年以后,作品逐渐开始进入人与自然、人与技术、人与游戏之间更加复杂的关系。而近两年的创作,例如《Beautiful Promise》、《I Exist》、《Little Hope》等,则开始回到艺术家自身。这里的”我",已经不是传统意义上的自画像。而是一个不断被社会、媒体、观众共同建构出来的主体。
因此,我认为叶小洲真正讨论的,并不是艺术形式,而是存在方式。作为长期生活在意大利的中国青年艺术家,他同时面对两种文化,两种知识系统,两种艺术传统。这种跨文化经验,并没有让他的作品停留在身份叙事。相反,他选择讨论那些更加普遍的问题:战争、环境、技术、规则、教育、游戏、信仰,以及人与世界之间不断变化的关系。
正因为如此,他的作品具有一种跨越文化背景的可阅读性。它们既能够进入欧洲当代艺术讨论,也保留了东方思维中对于关系、生成与整体性的理解。我始终认为,当代艺术最重要的价值,并不是制造新的形式,而是帮助我们重新认识现实。叶小洲的作品并不会告诉观众世界应该怎样,它只是不断创造一种新的观看方式,让我们重新思考什么是真实,什么是参与,什么是共同创造。也许,这正是今天艺术最重要的意义。
在观看叶小洲作品的时候,我们看到的不是一个艺术家的答案,而是一个时代仍在继续提出的问题。而真正优秀的艺术,永远始于提问,而不是结束于结论。

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Immagine dell'inaugurazione della mostra presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano
La vera sfida dell’arte contemporanea non consiste nel trovare un nuovo medium, bensì nel ricostruire un nuovo rapporto tra l’essere umano e il mondo.
Viviamo oggi in un’epoca dominata dall’informazione, dalle immagini e dagli algoritmi, nella quale l’arte sembra disporre di possibilità espressive pressoché illimitate. Eppure, le opere che riescono realmente a coinvolgere il pubblico non sono necessariamente quelle più complesse dal punto di vista tecnico, ma quelle capaci di formulare nuove domande. Ye Xiaozhou appartiene a questa categoria di artisti: la sua ricerca si configura come un continuo interrogarsi sulla realtà contemporanea.
Due mesi fa sono stato contattato dal mio maestro dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, Massimo Orsini, che mi ha presentato un giovane artista dotato di un linguaggio espressivo e di una prospettiva creativa del tutto originali: Ye Xiaozhou. Nelle nostre conversazioni e negli scambi di e-mail emergevano chiaramente la stima e l'apprezzamento che il professor Orsini nutriva nei confronti del suo ex allievo, accompagnati dal suggerimento di valutare l'organizzazione di una sua mostra personale in uno spazio espositivo di rilievo.
In quel periodo si era appena conclusa la mostra personale Segni d’Africa dell'artista italiana Emanuela de Franceschi presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano. Confrontandomi con il direttore del museo, Peter Matthaes, è emerso come questa potesse rappresentare un'occasione particolarmente significativa. Da anni, infatti, il MAS dedica particolare attenzione alla conservazione, allo studio e alla valorizzazione delle arti tradizionali dell'Asia orientale. Da questa convergenza di intenti è nata l'opportunità di realizzare la mostra che oggi il pubblico può finalmente visitare.

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Immagine dell'inaugurazione della mostra presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano
Per questa esposizione il curatore Emanuele Gregolin ha scelto di mettere in evidenza la continuità della ricerca artistica di Ye Xiaozhou, riunendo dipinti, performance, video, fotografie, installazioni e opere partecipative realizzati dall'artista a partire dal 2020. Non si tratta di un allestimento organizzato secondo le categorie dei diversi media, ma piuttosto di un «archivio aperto» del suo percorso di ricerca. Sebbene molto differenti tra loro sul piano formale, queste opere condividono una medesima impostazione metodologica: l'arte non è semplicemente qualcosa da osservare, ma una relazione sociale in continua trasformazione.
Osservando per la prima volta in modo sistematico la produzione degli ultimi anni di Ye Xiaozhou, il termine che mi è venuto spontaneamente in mente non è stato il nome di un altro artista, bensì una parola: azione.
Se la performance degli anni Sessanta e Settanta concepiva il corpo come strumento di opposizione ai sistemi di potere e all'ordine sociale, nelle opere di Ye Xiaozhou l'azione assume una funzione diversa: diventa un dispositivo capace di generare discussione pubblica. Le sue performance non consistono nell'esecuzione di un gesto isolato o concluso in sé stesso, ma nella costruzione di nuovi contesti relazionali, profondamente radicati nelle condizioni sociali e culturali del presente. L'azione, in questo senso, non rappresenta più soltanto un linguaggio artistico, ma un processo attraverso il quale si producono nuove forme di dialogo, partecipazione e consapevolezza collettiva.

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Immagine dell'inaugurazione della mostra presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano
Tra le opere esposte, Domino rappresenta probabilmente l'esempio più emblematico della ricerca di Ye Xiaozhou. Attraverso materiali essenziali – una mappa bruciata, tessere del domino carbonizzate e un accendino – l'artista riflette sulla fragilità degli equilibri geopolitici in un mondo attraversato da conflitti e trasformazioni. L'atto del bruciare, nella sua apparente semplicità, diventa metafora dell'incertezza che caratterizza il nostro presente, richiamando, per certi aspetti, la riflessione proposta da Mona Hatoum nella mostra Over, under and in between, recentemente ospitata dalla Fondazione Prada di Milano.
In Domino non è soltanto il domino a essere consumato dalle fiamme, ma l'ordine stesso inscritto nella carta geografica. Se il domino rimanda alla logica della reazione a catena, la mappa richiama inevitabilmente il concetto di confine politico. Quando il fuoco si propaga, ciò che si dissolve non è soltanto la materia, ma diventa visibile la precarietà dell'ordine globale. L'opera non offre interpretazioni definitive; invita piuttosto a riconoscere come guerra, economia, politica e destino collettivo costituiscano un unico sistema complesso di relazioni reciproche. I resti conservati all'interno dell'esposizione – le tessere carbonizzate, la mappa bruciata e l'accendino – trasformano l'azione performativa in una testimonianza permanente, permettendo allo spettatore di confrontarsi non soltanto con la documentazione dell'evento, ma con le tracce materiali di un processo realmente accaduto.
L'opera Eat Wars affronta in maniera ancora più diretta il rapporto tra corpo, linguaggio e percezione della guerra. Ye Xiaozhou mastica e inghiotte ripetutamente la parola "guerra" pronunciata in lingue diverse, fino a svuotarla progressivamente di significato. Nell'epoca della comunicazione globale, la guerra è diventata un'informazione continuamente riprodotta: la leggiamo, la osserviamo, la commentiamo quotidianamente, ma proprio questa ripetizione rischia di anestetizzarne la percezione. L'artista non ricorre alla rappresentazione della violenza; sceglie invece di riportare la guerra all'interno del corpo. Il linguaggio si trasforma in nutrimento, l'informazione in processo digestivo, facendo emergere una consapevolezza inquietante: ciò che consumiamo ogni giorno non sono soltanto notizie, ma gli stati emotivi prodotti dall'intero sistema mediatico contemporaneo.
Questa riflessione sul rapporto tra linguaggio e corpo prosegue anche nell'opera TAG. Nell'attuale società digitale, l'etichetta è diventata uno dei principali dispositivi attraverso cui viene costruita l'identità. La rete assegna continuamente nuove definizioni agli individui, così come accade nella vita sociale. Invitando il pubblico ad applicare etichette sul corpo degli altri partecipanti, Ye Xiaozhou mette immediatamente in luce una questione fondamentale: chi definisce realmente la nostra identità? Essa nasce dall'autopercezione oppure dallo sguardo e dalla classificazione altrui? L'opera evita qualsiasi spettacolarizzazione del conflitto e, attraverso un'interazione volutamente ordinaria, rende visibili alcuni dei più diffusi meccanismi di potere che attraversano la società contemporanea.

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Immagine dell'inaugurazione della mostra presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano
È proprio in questo aspetto che, a mio avviso, risiede uno dei tratti più significativi della ricerca di Ye Xiaozhou. Le sue opere non cercano mai di produrre uno spettacolo visivo, ma indagano i meccanismi che regolano il nostro modo di abitare il mondo: i sistemi del gioco, le dinamiche sociali, i processi della comunicazione, le modalità della visione e, in ultima analisi, il funzionamento stesso dell'arte. Una riflessione che trova un'espressione particolarmente compiuta nelle opere Into the Color World e C.C.S. (Contemporary Culture Society).
Negli ultimi anni sempre più artisti hanno rivolto la propria attenzione alle pratiche partecipative. Tuttavia, sono ancora pochi coloro che riescono a trasformare la partecipazione nel principio strutturale dell'opera stessa. Molti progetti definiti "interattivi" continuano infatti a limitarsi a un'esperienza prevista e controllata dall'artista, nella quale il pubblico non fa altro che completare un percorso già stabilito. Le opere ludiche di Ye Xiaozhou si muovono invece in una direzione differente.
In Into the Color World, il pubblico è invitato a intervenire continuamente sull'opera, modificandola nel corso della sua esistenza. L'opera non possiede uno stato definitivo, rifiutando l'idea di diventare un oggetto immutabile destinato alla conservazione museale. Si comporta piuttosto come un organismo vivente in continua trasformazione. Ogni gesto del visitatore riscrive una parte della sua storia, rendendo la partecipazione non un semplice elemento accessorio, ma la condizione stessa della sua esistenza. In questo modo l'arte cessa di essere un prodotto concluso e si trasforma in un evento collettivo e continuamente ridefinibile.

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A mio avviso, l'opera più complessa dell'intera mostra è C.C.S. (Contemporary Culture Society). All'inizio dell'esposizione Ye Xiaozhou ci ha illustrato le regole che governano questo progetto, un sistema articolato che, pur assumendo la forma di un gioco da tavolo, costruisce una sofisticata simulazione del funzionamento del sistema artistico contemporaneo. Artisti, collezionisti, musei, critici, eventi culturali: tutti gli attori che normalmente popolano il mondo dell'arte vengono tradotti in regole di gioco e trasformati in elementi di una struttura dinamica.
Il giocatore non apprende la storia dell'arte attraverso una narrazione lineare, ma sperimenta direttamente, giocando, le logiche che regolano il sistema artistico. Si tratta di una strategia particolarmente efficace, poiché il gioco possiede naturalmente una funzione educativa, evitando però il carattere prescrittivo tipico della didattica tradizionale. L'arte diventa così uno strumento di produzione della conoscenza piuttosto che un semplice mezzo di trasmissione del sapere. Ritengo che proprio in questa riflessione sull'arte come sistema risieda uno dei passaggi più significativi della ricerca recente di Ye Xiaozhou.

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Se le opere precedenti concentravano l'attenzione sulle dinamiche sociali, lavori come Pendolo – Domande e Risposte e Il Culto della Natura aprono una dimensione più spirituale e introspettiva. La serie dedicata al pendolo richiama antichi rituali divinatori: l'artista lascia oscillare liberamente il pendolo affinché esso tracci sul foglio percorsi imprevedibili. Qui non esistono controllo assoluto né razionalità totale. L'opera riporta al centro una domanda che la società contemporanea sembra aver progressivamente dimenticato: siamo ancora disposti ad accogliere il caso e l'imprevedibile? Osservando questo lavoro ho inevitabilmente ripensato agli esercizi di meditazione artistica che svolgevo durante gli anni di formazione all'Accademia di Belle Arti di Firenze insieme al professor Massimo Orsini.
Anche Il Culto della Natura si sviluppa lungo questa direzione. Indossando abiti che richiamano l'iconografia religiosa, Ye Xiaozhou instaura con le piante una relazione che assume il carattere di un rito. Non si tratta di un ritorno alla religione, bensì della proposta di una nuova riflessione sul ruolo della natura in un'epoca segnata dall'aggravarsi della crisi ecologica. Mentre la modernità ha costruito il proprio immaginario sul dominio dell'uomo sulla natura, l'artista sceglie simbolicamente di inginocchiarsi davanti ad essa. È un gesto estremamente semplice, ma proprio per questo straordinariamente potente.

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Osservando nel suo insieme il percorso espositivo emerge con chiarezza una significativa evoluzione della ricerca dell'artista. Le opere realizzate intorno al 2020 affrontavano soprattutto questioni pubbliche quali la pandemia, la guerra e gli equilibri sociali. A partire dal 2022, l'indagine si è progressivamente orientata verso relazioni più complesse tra uomo e natura, uomo e tecnologia, uomo e gioco. Nei lavori più recenti, come Beautiful Promise, I Exist e Little Hope, l'attenzione torna apparentemente sull'artista stesso. Tuttavia, questo "io" non coincide più con l'autoritratto in senso tradizionale: esso diventa piuttosto un soggetto continuamente costruito e ridefinito dalle relazioni con la società, i media e lo sguardo degli altri.
Per questo motivo ritengo che la ricerca di Ye Xiaozhou non riguardi innanzitutto la forma artistica, bensì le modalità dell'esistenza. In quanto giovane artista cinese che vive e lavora da molti anni in Italia, egli si confronta quotidianamente con due culture, due sistemi di conoscenza e due differenti tradizioni artistiche. Tuttavia, questa esperienza interculturale non conduce il suo lavoro a una semplice narrazione dell'identità. Al contrario, Ye Xiaozhou sceglie di affrontare questioni che appartengono a una dimensione universale: la guerra, l'ambiente, la tecnologia, le regole, l'educazione, il gioco, la fede e, soprattutto, le relazioni in continua trasformazione tra l'essere umano e il mondo.

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Immagine dell'inaugurazione della mostra presso il Museo Arte e Scienza (MAS) di Milano
È proprio questa prospettiva a conferire alle sue opere una particolare capacità di attraversare differenti contesti culturali. Esse riescono a inserirsi pienamente nel dibattito europeo sull'arte contemporanea, mantenendo al tempo stesso una sensibilità riconducibile al pensiero orientale, fondato sull'idea di relazione, di processo e di totalità. Ho sempre ritenuto che il valore più profondo dell'arte contemporanea non consista nell'inventare nuove forme, ma nell'aiutarci a guardare nuovamente la realtà. Le opere di Ye Xiaozhou non pretendono di indicare come dovrebbe essere il mondo; esse costruiscono piuttosto nuove modalità di osservazione, invitandoci a ripensare ciò che intendiamo per realtà, partecipazione e creazione condivisa. Forse è proprio questa una delle funzioni più significative che l'arte può ancora svolgere nel nostro tempo.
Di fronte alle opere di Ye Xiaozhou non incontriamo le risposte di un artista, ma le domande che il nostro tempo continua a porre. E l'arte più autentica, in fondo, non nasce mai dalle conclusioni, bensì dalla capacità di interrogare il mondo.
文 / 王鹏鹏
Testo di Pengpeng Wang
现场摄影:王雪纯,陈俊伯,李成蹊
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